L’intervista su The Economist del Professor Marcello Ravveduto. Come la mafia italiana usa i social media per reclutare nuovi membri

Nella malavita mafiosa italiana, le professioni tradizionali di estorsione, sicario e narcotrafficante stanno venendo soppiantate da un’occupazione meno rischiosa: quella dell’influencer sui social media. Una nuova generazione sta uscendo dall’ombra e sale alla ribalta su TikTok, secondo un rapporto della ONG EndiScrema che promuove lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia.

I mafiosi sfruttano l’app dei social media per normalizzare la propria immagine, mitizzare la propria cultura e persino riciclare denaro, come ha rilevato lo studio, che ha analizzato 6.200 post su TikTok. Avendo da tempo compreso che la paura è uno strumento contundente, le reti criminali stanno confezionando il loro messaggio nel linguaggio del consumo aspirazionale.

Una recente indagine penale ha scoperto che il clan Amato-Pagano, vicino a Napoli, utilizzava contenuti con auto veloci, donne affascinanti e ricchezza ostentata per reclutare nuovi affiliati, che venivano poi addestrati all’estorsione. Il procuratore capo di Napoli ha avvertito che le mafie usano “reclutare i giovani ‘mostrando loro ricchezza e denaro facile’”.

Il “fascino, la notorietà e il cameratismo settario” non solo contribuiscono a proiettare potere e visibilità, ma fungono anche da cortina fumogena per contenuti “odiosi, pericolosi o sessualmente espliciti”, secondo il curatore del rapporto, Marcello Ravveduto, dell’Università di Salerno. “Non si vede nemmeno. Migliaia di atti d’odio vengono infatti compiuti quotidianamente in qualsiasi momento”, afferma Ravveduto. Alcuni boss hanno persino usato TikTok per nascondere i loro abiti dal carcere; Il rapporto ne cita uno, che utilizza un’emoticon come una bandiera nera per il lutto, una catena per la prigionia e una clessidra per la fuga.

L’algoritmo di TikTok, basato sull’interazione degli utenti, sottopone presto gli spettatori occasionali a video suggestivi di omicidio, violenza e criminalità, “tra cui mogli di detenuti che offrono consigli, foto di vittime di reati, streaming live di aggressioni, utenti che mostrano armi, mafiosi che commentano e sfilate di scooter progettate per criminalizzare ogni giro in città”, prosegue il rapporto. Dolore, violenza, lusso e prigione… hanno abituato il pubblico a consumare immagini criminali come intrattenimento.

A luglio TikTok ha firmato un accordo con la Commissione parlamentare antimafia italiana che da allora ha rimosso migliaia di video segnalati per inneggiamento alla violenza o alla vita da gangster. L’azienda afferma di essere ora “un’azienda diversa, attiva in modo continuativo e inaccettabile” in attesa di denunce. Ma la velocità e l’immediatezza dei social media lasciano ancora le forze dell’ordine alle prese con l’ultima versione di una delle professioni più antiche d’Italia.

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Questo articolo è apparso nella sezione Europa dell’edizione cartacea con il titolo “La mafia diventa digitale”

Per leggere l’articolo in inglese su The Economist clicca qui: https://www.economist.com/europe/2025/11/13/how-italys-mafia-uses-social-media-to-recruit-new-blood