Terapia di coppia: la parola alla psicologa.

di Annarita Arso

Ogni volta che incontro una nuova coppia mi colpisce una cosa precisa: raramente due persone entrano nel mio studio perché l’amore è finito. Di solito arrivano perché hanno smesso di comprendersi e l’incomprensione si è trasformata lentamente in distanza siderale.

Varcano la soglia come se stessero entrando in tribunale, si siedono composte, pronte a esporre la propria versione. Portano prove, citano episodi, ricostruiscono date e circostanze in modo accurato. Ognuno porta la propria verità e la espone con dovizia di particolari sperando che un terzo, neutrale e competente, stabilisca finalmente chi dei due ha ragione.

Si parla per convincere, si ascolta (poco e male) solo per replicare, si attende un verdetto. All’inizio l’atmosfera somiglia davvero a quella di un tribunale. Io sono lì, seduta di fronte a loro e mi sento guardata come fossi un giudice, in attesa di una sentenza che ristabilisca equilibrio. Mentre invece il mio lavoro in quei primi minuti è reggere quello spazio carico di elettricità e trasformarlo. Rallentare il ritmo delle accuse, tradurre ciò che si è trasformato in difesa, restituire alle parole il loro significato originario, quando servivano a cercarsi e non a ferirsi.

Quando si accorgono che non indosso la toga, dapprima appare una sottile delusione poi le arringhe si trasformano in emozioni nominabili e da sotto la rabbia emerge la paura di non essere più scelti, dietro l’accusa affiora il bisogno di sentirsi ancora importanti.

E quando accade che uno dei due trovi finalmente la forza di dire “In realtà mi sono sentito messo da parte”, l’atmosfera cambia improvvisamente. Non più “tu fai sempre”, ma “quando succede mi sento…”.

Il mio lavoro è accompagnare con pazienza questo passaggio. Rallentare quando la tensione accelera. Riportare le parole alla loro radice emotiva. Aiutare ciascuno a vedere ciò che, nel conflitto, ha perso di vista.

Ed è straordinario essere al centro di quella trasformazione silenziosa che si dipana nel tempo. Custodire lo spazio in cui due persone, pian piano, giorno dopo giorno, tornano a guardarsi senza armature, riconoscendo che sotto le incomprensioni vive ancora il desiderio tenace di sentirsi dalla stessa parte.

A chi entra nello studio, a chi entra in questo spazio virtuale e a chi mi scrive che, tra un caffè e una pausa pranzo, trova qui uno spazio in cui riconoscersi, va il mio grazie più pieno.
La stima che mi donate è energia che torna.