di Valentina Spata e Amir Tabash
(nella foto Maryam con il nostro Amir)
Maryam Abu Mustafa è nata in mezzo alla polvere e al rumore delle esplosioni, tra le macerie di Gaza. Il cielo sopra la città era spesso grigio, punteggiato da nuvole di fumo e di polvere e il vento portava con sé il sapore amaro della guerra. Ma in quella terra devastata, tra le mura crepate di una casa segnata dai bombardamenti, l’amore tra i suoi genitori aveva creato un piccolo miracolo: Maryam.
Il suo corpo era fragile fin dal primo giorno. La malnutrizione e una disabilità cerebrale avevano reso ogni respiro un atto di resistenza, ogni battito del cuore una sfida contro l’inevitabile. La temperatura aumentava improvvisamente, e gli spasmi nervosi le scuotevano il piccolo corpo come onde invisibili. Ogni volta che Maryam piangeva, il suo grido era un mormorio disperato di vita che chiedeva solo di essere accarezzata, nutrita, protetta.
La madre, Fatima, vegliava accanto a lei, cullandola tra le braccia stanche, cercando di tenerla calda mentre fuori il cielo tremava. Ogni notte era lunga, interrotta da lampi di luce e boati lontani, dal rumore dei tetti che scricchiolavano e dal vento che portava odori di cenere e polvere. “Ogni respiro di Maryam era un miracolo,” sussurrava Fatima tra le lacrime. “Ogni piccolo movimento, un segno che la vita può resistere anche quando tutto intorno a noi sembra crollare.”
I giorni passavano tra paura e speranza. La famiglia viveva con quello che riusciva a trovare: latte razionato, qualche avanzo di cibo, acqua da filtrare e custodire con cura. Ogni pasto era una lotta, ogni cucchiaio dato a Maryam un gesto di amore puro e disperato. Il padre, osservando la figlia, stringeva i pugni e cercava di immaginare un futuro dove il suo respiro non sarebbe mai più stato sospeso tra la vita e la morte.
Poi, a fine novembre, arrivò la possibilità di partire, di lasciare Gaza e portare Maryam in Italia per ricevere cure urgenti. La gioia e la paura si mescolavano in un nodo stretto nello stomaco. Lasciare la terra che conoscevano significava salvarla, ma anche affrontare l’ignoto: medici sconosciuti, ospedali diversi, un viaggio che sembrava infinito. La famiglia si preparò a partire come chi si appresta a una traversata in mare aperto, con la speranza come unica ancora.
Il viaggio fu lungo e silenzioso. Maryam era tra le braccia di Fatima, il corpo minuscolo che oscillava leggermente ad ogni movimento. Ogni respiro era un battito d’ansia e speranza insieme. Ogni sirena, ogni rumore, ogni scossa del cuore dei genitori ricordava la fragilità della vita e la determinazione di non arrendersi.
Arrivati in Italia, la bambina fu accolta da medici e infermieri che iniziarono subito a combattere per lei, con mani esperte e occhi attenti. Ogni piccolo miglioramento – un respiro più regolare, un aumento di peso, un momento di calma – era una conquista che scaldava i cuori dei genitori. Maryam non parlava, non sorrideva ancora, ma la sua presenza era un faro di speranza in mezzo a un passato di dolore.
Oggi, ogni progresso di Maryam è un piccolo trionfo. La bambina prova a crescere, fragile ma coraggiosa, mentre i suoi genitori continuano a vegliare su di lei, insegnandole che la vita, anche tra le macerie e la sofferenza, può fiorire. Maryam è la prova che l’amore indissolubile genera resistenza, che ogni battito di cuore è un atto di coraggio, che anche nella guerra più feroce esistono respiri che lottano per non spegnersi.
Fatima, stringendo la piccola tra le braccia, sussurra: “Ogni giorno che Maryam apre gli occhi è un miracolo. Ogni piccolo progresso è una promessa di vita. Finché ci sarà respiro nei nostri cuori, continueremo a lottare insieme.”
Maryam non è solo una bambina salvata. È il simbolo della vita che resiste, dell’amore che non si spezza, della speranza che fiorisce tra le macerie. Ci ricorda che Gaza brucia, soffre e piange, ma non smette mai di vivere. La vita può sbocciare tra le rovine, e l’amore, anche quando tutto sembra perduto, trova sempre una via.
(A soli sei mesi, il suo corpo, già segnato dalla malnutrizione e da una disabilità cerebrale, ha subito una commozione cerebrale e spasmi nervosi complessi).

