“Mi uccideranno, ma non potranno uccidere la mia voce, perchè sarà la voce di tutte le donne afghane. Puoi tagliare il fiore, ma non puoi fermare l’arrivo della primavera.” – Malalai Joya
di Federica Lembo – Vicepresidente Oidu ed Esperta in Diritti Umani
La condizione delle donne dopo il ritorno dei talebani
La condizione delle donne afgane dopo il ritorno al potere dei Talebani nell’agosto 2021 rappresenta, a livello globale, uno dei casi più estremi di regressione dei diritti umani nel XXI secolo.
In pochi mesi, conquiste ottenute nel corso di vent’anni di impegno civile, sociale e istituzionale sono state cancellate attraverso un insieme di decreti, regolamenti e pratiche informali che hanno progressivamente escluso le donne da quasi tutte le sfere della vita pubblica.
Uno dei primi segnali di questa trasformazione è stato il blocco dell’accesso all’istruzione. La chiusura delle scuole secondarie per le ragazze, seguita dal divieto di iscrizione alle università, ha generato una frattura generazionale profonda: migliaia di adolescenti, cresciute con l’aspettativa di costruire un futuro attraverso lo studio, si sono ritrovate improvvisamente escluse da ogni possibilità di crescita. L’istruzione femminile non è solo un diritto individuale, ma un elemento cardine dello sviluppo sociale: privarne un’intera generazione significa compromettere il futuro del Paese stesso.
Parallelamente, il mondo del lavoro femminile è stato quasi completamente smantellato. Le donne sono state allontanate dagli uffici governativi, dai media, dalle ONG, dalle professioni qualificate e, in molti casi, anche da attività economiche private. Alcune eccezioni riguardano la sanità e l’istruzione primaria, ma si tratta di concessioni parziali e sottoposte a continui vincoli. La perdita del lavoro non incide solo sul reddito familiare: mina la dignità, l’autonomia e il ruolo sociale delle donne, restituendole a una dimensione esclusivamente domestica, conforme all’interpretazione talebana della legge islamica.
La libertà di movimento rappresenta un altro ambito in cui la discriminazione è diventata sistematica. Le donne afgane non possono viaggiare senza un accompagnatore maschio, e molte attività – dal frequentare un parco all’andare in palestra – sono state vietate. Questa limitazione incide non solo sulla possibilità di partecipare alla vita sociale, ma anche sull’accesso ai servizi sanitari, sulle relazioni familiari e sulla possibilità di cercare aiuto in situazioni di violenza domestica.
Il controllo sul corpo e sull’abbigliamento femminile è un tratto ricorrente del regime talebano. L’imposizione del burqa o di forme più rigide di velo obbligatorio non è solo un simbolo di modestia religiosa: è uno strumento di sorveglianza e di disciplinamento. La polizia morale esercita un potere costante, che produce paura e autocensura. Questo sistema, combinato con la chiusura dei rifugi e dei servizi per le vittime di violenza, espone le donne a un rischio altissimo di abusi, spesso senza possibilità di ricorso.
Tutto ciò configura una forma di esclusione che molte organizzazioni internazionali hanno definito “apartheid di genere”: un complesso di norme e pratiche che segregano le donne in quanto tali, impedendo loro di partecipare alla vita collettiva e negando la loro piena soggettività. Non si tratta di una serie di episodi isolati, ma di un progetto coerente che mira a ridefinire l’ordine sociale in chiave patriarcale e teocratica.
In questo contesto, la resilienza della società civile afgana appare straordinaria. Nonostante i rischi, molte donne – attiviste, insegnanti, studentesse, giornaliste – continuano a protestare, a incontrarsi clandestinamente, a mantenere alive reti di solidarietà.
L’Afghanistan contemporaneo non è un monolite: è un Paese attraversato da tensioni, resistenze e forme di agency che, pur invisibili, rappresentano un patrimonio di coraggio e speranza.
L’isolamento diplomatico del governo talebano è il risultato della mancata apertura sul fronte dei diritti, ma le pressioni internazionali, da sole, non sembrano sufficienti a invertire la rotta. Serve un impegno multilaterale più incisivo, capace di sostenere le organizzazioni locali, garantire corridoi educativi e lavorativi all’estero, e mantenere costante l’attenzione dell’opinione pubblica globale.
Pertanto, la condizione delle donne afgane non può essere letta come una semplice crisi interna: è una questione globale, che interroga i sistemi internazionali di protezione dei diritti umani, il ruolo delle istituzioni multilaterali e la responsabilità dei governi nel difendere i principi di uguaglianza e dignità. Ogni giorno in cui queste politiche restano in vigore rappresenta un arretramento storico, un vuoto di giustizia e un fallimento collettivo che non può essere ignorato.
Istruzione negata: il diritto allo studio cancellato
Una delle violazioni più emblematiche riguarda il diritto all’istruzione.
Subito dopo il ritorno al potere, i Talebani hanno chiuso le scuole secondarie femminili e, nel dicembre 2022, hanno esteso il divieto alle università per le donne.
Secondo UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization), a quattro anni dalla presa di Kabul circa 2,2 milioni di ragazze sono ancora escluse dalla scuola secondaria, mentre oltre 70 decreti e decisioni talebane hanno colpito specificamente i diritti di donne e ragazze, in particolare l’accesso all’educazione.
Con la chiusura delle scuole, molte giovani hanno cercato rifugio nell’istruzione online. Ma nel 2025 il regime ha iniziato a chiudere l’internet veloce in diverse province del nord, ufficialmente per combattere le “attività immorali”, di fatto tagliando l’ultimo canale educativo per migliaia di ragazze.
La violazione del diritto al lavoro e all’autonomia economica
Le restrizioni non colpiscono solo i libri, ma anche il lavoro. Report di UN Women, ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile, ACAPS (Assessment Capacities Project), un’organizzazione analitica indipendente che fornisce dati e analisi umanitarie per migliorare il processo decisionale nel settore degli aiuti umanitari, e altre organizzazioni mostrano come i Talebani abbiano bandito o drasticamente limitato l’impiego femminile in uffici pubblici, ONG, media, settore giudiziario e spesso anche nel privato.
Un’analisi del 2024 evidenzia che quasi otto giovani donne su dieci in Afghanistan risultano escluse da istruzione, lavoro e formazione (NEET), con un crollo vertiginoso della partecipazione femminile alla vita economica e sociale.
La perdita del reddito femminile ha un effetto immediato sulla povertà e sulla sicurezza alimentare: molte famiglie dove le donne erano le principali percettrici di reddito si trovano oggi senza mezzi di sostentamento, in un Paese già segnato da crisi umanitaria e collasso economico.
Corpo, spazio pubblico e controllo: le restrizioni quotidiane
L’insieme delle direttive talebane costruisce un sistema di controllo capillare sul corpo femminile e sulla presenza delle donne nello spazio pubblico. Un’analisi dei decreti realizzata da ACAPS mostra come, dal 2021, siano state emanate norme che regolano abbigliamento, mobilità, accesso a spazi ricreativi, uso dei media e dei social, spesso con sanzioni per i familiari maschi ritenuti “responsabili” del comportamento delle donne.
Le misure includono:
– obbligo di copertura quasi totale del corpo e del volto in pubblico
– necessità di un accompagnatore maschio (mahram) per viaggi medio-lunghi
– divieto o severe limitazioni per l’accesso di donne a parchi, palestre, bagni pubblici e università
– segregazione di genere in molti spazi e servizi
UN expert group, un gruppo di specialisti esterni invitati a collaborare con le Nazioni Unite per fornire competenze e raccomandazioni su un tema specifico, e varie organizzazioni afghane e internazionali sottolineano che questo sistema mira a cancellare le donne dalla sfera pubblica, relegandole alla dimensione domestica e riducendo la loro soggettività civica e politica.
Violenza, repressione e “gender apartheid”
Oltre alle restrizioni formali, la vita delle attiviste e di chi protesta è segnata da arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture, violenze sessuali e detenzioni incommunicado.
Nel 2023, esperti delle Nazioni Unite hanno definito la situazione delle donne afghane “la peggiore crisi dei diritti delle donne al mondo” e hanno avvertito che il trattamento loro riservato potrebbe costituire gender apartheid secondo il diritto internazionale in via di sviluppo.
Un briefing del Parlamento italiano e diverse ONG internazionali propongono una definizione giuridica di “gender apartheid”, sottolineando come in Afghanistan la discriminazione di Stato sia sistematica, intenzionale e volta a mantenere le donne in una condizione di subordinazione strutturale.
La forza delle donne afghane: strategie di resistenza e resilienza
Nonostante il rischio elevato, le donne afghane continuano a resistere. Alcune forme di resistenza sono visibili – proteste in strada, campagne online, testimonianze alle Nazioni Unite – altre restano sottili e quotidiane: scuole clandestine in case private, reti di mutuo aiuto, insegnamento online, microimprese gestite in semi-clandestinità.
UN Women, nel suo Gender Alert 2025, parla di una “resistenza silenziosa ma diffusa”, portata avanti da insegnanti, avvocate, giornaliste, mediche, attiviste, che continuano a organizzarsi nonostante la chiusura di spazi civici e mediatici.
La diaspora afghana – in particolare donne rifugiate in Europa, Nord America e nei Paesi vicini – svolge un ruolo cruciale nel mantenere alta l’attenzione internazionale, documentare le violazioni, promuovere campagne per il riconoscimento del gender apartheid come crimine contro l’umanità e sostenere iniziative educative a distanza.
Il ruolo (insufficiente) della comunità internazionale
Sul piano diplomatico, la comunità internazionale non ha riconosciuto ufficialmente il governo talebano, proprio a causa della repressione dei diritti delle donne e delle altre violazioni dei diritti umani.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha ribadito che pace e prosperità in Afghanistan sono “irraggiungibili” senza la piena partecipazione di donne e ragazze e ha legato il reinserimento del Paese nella comunità internazionale alla revoca dei divieti su istruzione, lavoro e libertà di espressione femminili.
Tuttavia, rapporti ONU e di organizzazioni indipendenti mostrano che:
gli aiuti umanitari spesso faticano a raggiungere le donne a causa dei divieti sul lavoro femminile nelle ONG; i fondi destinati alle organizzazioni femminili locali sono ancora insufficienti e non sempre flessibili; le sanzioni e l’isolamento internazionale, pur motivati, rischiano di aggravare la crisi economica che colpisce in modo sproporzionato donne e bambine.
UN Women e altri attori propongono quindi di mettere le donne afghane al centro delle strategie internazionali, sostenendo direttamente le organizzazioni guidate da donne, destinando almeno il 30% degli aiuti a obiettivi di uguaglianza di genere e garantendo che le voci delle donne afghane siano presenti in ogni processo negoziale sul futuro del Paese.
Conclusione: tra cancellazione e futuro possibile
La condizione delle donne afghane oggi è il risultato di un progetto politico preciso: usare la religione e la moralità come strumenti per controllare i corpi, zittire le voci e cancellare le donne dalla vita pubblica. Le testimonianze raccolte da ONU, ONG e attiviste mostrano però che questa cancellazione non è mai totale: sotto la superficie della repressione, le donne continuano a studiare, lavorare, organizzarsi, immaginare un futuro diverso.
Per la comunità internazionale, la sfida è duplice: non normalizzare mai l’apartheid di genere e, allo stesso tempo, sostenere concretamente – con risorse, protezione, spazio politico – la forza e la creatività delle donne afghane, che restano le protagoniste imprescindibili di qualsiasi trasformazione democratica nel Paese.
L’Osservatorio Internazionale sui Diritti Umani concentra il proprio impegno nel documentare e rendere visibili le violazioni che colpiscono le donne afghane, raccogliendo testimonianze e analisi che aiutano a comprendere l’impatto delle restrizioni sulla loro vita quotidiana. Attraverso il monitoraggio costante e la diffusione di informazioni verificate, l’Osservatorio sostiene le attiviste afghane, amplifica le loro voci e contribuisce a mantenere alta l’attenzione internazionale sulla loro lotta per diritti, dignità e libertà.

