È successo un’altra volta.
Nel silenzio complice di un mondo che sa e tace si è consumata una tragedia di notevoli dimensioni a danno di trecento Birmani in fuga dalla miseria e dai conflitti etnici.
Al largo di Pulan Tarutau, le acque placide tra la Thailandia e la Malesiya ben conosciute ai turisti, ci restituiscono questa volta i corpi ed i sogni di libertà degli oppressi per lo più appartenenti alla minoranza Rohynga.
Le autorità Malesi ritengono che anche questo barcone facesse parte di una rete di migrazione irregolare diretta verso la costa Nord – Occidentale del Paese, tradizionale punto di approdo per chi fugge dalla violenza e dalla fame.
Le prime ricostruzioni indicano che il barcone si sarebbe capovolto repentinamente a causa del sovraccarico e delle cattive condizioni atmosferiche.
Sono già stati recuperati i corpi di alcune vittime e di dieci sopravvissuti.
Il mare ha portato a galla il lato oscuro di un paradiso turistico che segna il confine invisibile tra il lusso e la povertà, tra l’eccesso e la sopravvivenza, tra la vita e la morte, come a voler rigurgitare le miserie umane degli oppressori senza lasciare spazio ad interpretazioni e liturgie.
In un mondo in cui l’impoverimento e l’orrore sono normalizzati, è il momento di indignarsi e ristabilire verità.
Per troppo tempo la dignità dei deboli, degli sfruttati, delle vittime di estorsione è stata seppellita nell’inferno della disinformazione e del silenzio.
La tragedia di Langkawi si inserisce, infatti, nel ben noto scenario di rotte migratorie del Sud -Est Asiatico ove trafficanti di uomini promettono un futuro migliore e invece consegnano i fratelli alla morte: dopo lo scoppio del conflitto interno nel 2021 ed il colpo di Stato militare, si stima che oltre un milione di Birmani abbia cercato rifugio nei Paesi vicini, soprattutto Bangladesh, Malesia e Indonesia, sfidando il mare e le leggi sull’immigrazione.
La realtà sul campo racconta di una rete frammentata di interessi, burocrazie e frontiere che lasciano i migranti soli in mezzo al mare. Salvare vite è una priorità e senza vie legali e protezioni effettive nei paesi di primo asilo, le partenze continueranno a crescere.
Va da sé che fino a quando qualcuno avrà il superfluo e qualcun altro neanche il necessario continueranno a crescere le ingiustizie sociali e le economie di guerra che renderanno impossibile costruire la pace.
Di fronte a questa ennesima tragedia del mare, l’Osservatorio Internazionale per i Diritti Umani annuncia l’avvio di un monitoraggio permanente sulle rotte migratorie del Sud-Est asiatico, con l’obiettivo di documentare violazioni, abusi e responsabilità istituzionali.
L’OIDU chiede un intervento urgente della comunità internazionale per l’apertura di corridoi umanitari sicuri e per l’adozione di politiche condivise di protezione e accoglienza verso i rifugiati birmani, in particolare appartenenti alla minoranza Rohingya.
Parallelamente, l’Osservatorio si impegna a promuovere un tavolo di confronto tra ONG, accademici e rappresentanti dei governi regionali, per definire strategie comuni contro il traffico di esseri umani e per la tutela effettiva dei diritti fondamentali delle persone in fuga.
Come ricorda l’Avvocato Rosa Galazzo dell’Osservatorio, «Non si può restare spettatori davanti a un’umanità che affoga. L’indifferenza è il primo passo verso la complicità».

